I luoghi della natura. di Tommaso Aiello

 

Leggendo in questi giorni l’ultimo numero di THE LION del 3 marzo, mi è tornato alla memoria che il nostro motto “WE SERVE” è nato nel 1954 proposto, dopo un concorso, dal Lion D.A.Stevenson, e mi è venuto spontaneo chiedermi se in questi 71 anni abbiamo applicato pienamente questo motto. La risposta che mi sono dato è stata immediatamente SI. Basti pensare al Sight First, al Lion Quest, agli aiuti umanitari al terzo mondo per esserne certi. Tuttavia alla luce degli ultimi avvenimenti mondiali come la distruzione di interi templi da parte di una fazione intransigente del mondo musulmano, o la distruzione parziale di beni culturali, che sono la nostra memoria, da parte di inqualificabili facinorosi tifosi di squadre di calcio, mi è sorto il dubbio che noi Lions in questo settore abbiamo operato solo saltuariamente e dire che la cultura è forse l’aspetto portante e più importante della nostra civiltà. Salvaguardare i beni culturali è un dovere di tutti noi, Lions o non Lions, perché è la nostra storia, la nostra memoria, il nostro stesso essere. E dico questo con cognizione di causa, in quanto sono ormai tre anni che tra le decine e decine di temi e di service in programma ogni anno, è mancato quasi totalmente un tema che si riferisse  specificatamente alla salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali, che non sono fini a se stessi, come ha pensato forse qualcuno, ma hanno tanti valori, non ultimi la conservazione della nostra memoria e della nostra identità. e la possibilità di sfruttarli per fini economici, perché sviluppando i diversi aspetti del turismo c’è la possibilità di dare lavoro a tanta gente(anche questo è “We Serve”), specialmente in questo periodo di crisi economica mondiale. Ci sono paesi nel mondo che vivono ormai da tanto tempo col turismo. Sapete cosa scrive sulla rivista “Gattopardo” Gaetano Miccichè, un siciliano andato via da oltre trentanni(ma porta sempre nel suo cuore la terra natia) per diventare direttore generale di Intesa S.Paolo e amministratore delegato di Banca IMI? <<La responsabilità del degrado della Sicilia non è imputabile solo alla classe politica, ma anche a tutta la classe dirigente. La Regione  dovrebbe comprendere la straordinaria combinazione di virtù dell’isola, tra collocazione geografica, bellezze naturali, tesori artistici, architettonici, archeologici, ne fanno un unicum nel mondo.

 

Taormina,particolare del teatro greco(foto Aiello)

Taormina,particolare del teatro greco(foto Aiello)

Ci sono i teatri greci, ci sono i templi, c’è Monreale, c’è Noto, c’è Piazza Armerina, c’è Taormina, c’è Siracusa , c’è Enna, c’è Agrigento, c’è Palermo……….Beni preziosi agli occhi di un mondo che ha sempre più voglia di viaggiare e con una nuova middle-class che considera il turismo come il proprio consumo più ambito: la Sicilia potrebbe primeggiare >>.

Siracusa Palazzo Beneventano

Siracusa Palazzo Beneventano

E questo per dare tanto, ma tanto lavoro ai giovani, di cui una parte a ancora a 30 anni continua a vegetare nella propria famiglia e una parte che decide di darsi alla delinquenza. E noi Lions cosa abbiamo fatto per indirizzare in questa direzione chi è preposto a farlo istituzionalmente? Pochino, davvero pochino se si toglie il grande impegno di qualche Governatore nel decennio precedente. Anche questo sarebbe “We serve”, perché saremmo utili a un’intera società che è la nostra e dei nostri figli.

Io, nel mio piccolo, con questo mio blog(che non a caso porta il sottotitolo “Sicilia-Terra di culture”), quello dei Lions, quello di Palermo dei Vespri, quello di Siracusa “Heritage”, cerco di contribuire allo sviluppo di questo settore, ma la mia è una voce quasi isolata. Ma io ci credo ed ecco che per questo mese ho scelto come tema: I luoghi della natura, presentandovi le “aree naturali protette” della nostra Sicilia.

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Sicilia, terra di sapori oltre che di cultura: Il vino(seconda parte) di T.Aiello

Tuttavia da qualche tempo la Sicilia non è nota soltanto per i vini dolci: fra le suggestioni di splendidi bagli e masserie, l’Isola può vantare moderni impianti a vigneto che prosperano nelle sue terre ubertose, in un microclima straordinariamente favorevole. In passato, invece, la gran parte della produzione vinicola, rivolta alla quantità e non alla qualità, era di gradazione eccessivamente elevata, più adatta al taglio che alla degustazione.   Continua a leggere

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La Sicilia, terra di cultura e di sapori: Il vino di Tommaso Aiello

Abbiamo detto in un precedente articolo(quello sull’olio) che la Sicilia non è solo terra di cultura, ma anche terra di sapori. E tra gli alimenti più importanti della dieta mediterranea c’è anche il “Vino”. Quasi certamente nel mondo non c’è una terra come la Sicilia con maggiore vocazione alla produzione di vini di altissima qualità e questo è confermato e dalla storia e dalla geografia. Con un’estenzione di oltre 25 mila km quadrati, delimitata e protetta dal mare, dissemina i suoi colori dalle brevi pianure alle fiorenti colline fino ai duemila metri dei Nebrodi, delle Madonie e dell’area solitaria ed aerea dell’Etna. Ovunque si coltiva la vite che cresce per il 40% in pianura, per il 54% in collina e per il 6% in montagna con un totale di un immenso vigneto di oltre 200 mila ettari, dal quale si ricavano(dati di qualche anno fa) circa 8 milioni di ettolitri di vino.

Filari di vigne.Foto di Aiello

Filari di vigne.Foto di Aiello

Con la fermentazione totale o parziale dell’uva ammostata e la trasformazione dei suoi zuccheri in alcool etilico, si ottenne il vino le cui tracce più antiche provengono dalla Mesopotamia, mentre affreschi e tavole egizie testimoniano l’esistenza di vigneti sulla costa occidentale di Alessandria e in tutta la valle del Nilo. I greci chiamarono l’Italia “Enotria” (terra del vino) e dalla coltura della vite, importata da Micene, in Sicilia derivò un vino dolce, leggero e, nel contempo vigoroso, detto ”italiota”. Il mosto destinato all’invecchiamento, “mosto fiore”, veniva riposto in grandi orci, detti “pithoi”, talvolta rivestiti di resina e poi seppelliti nella sabbia per almeno 4 anni. Col vino novello si celebrava l’arrivo dal mare del dio Dioniso ed il suo matrimonio con Bassilissa. Si legge in un frammento siracusano del IV sec.a.C. che Dioniso(tiranno della città) destinava ad ogni commensale tre coppe di vino, la prima per la salute di chi beve, la seconda per risvegliare l’amore ed il piacere, la terza per invitare al sonno. Nei vecchi casali siciliani il vino era elargito ai “suttaposti” (dipendenti) in visita e questi bevendolo, non mancavano di versarne in terra una parte, accompagnando il gesto con un propiziatorio “cca saluti”(alla salute).La Sicilia nonostante non potesse competere   con i vini  italici e francesi, a causa di antiquate tecniche di vinificazione, un primato però lo ebbe e riguarda la produzione di vini liquorosi, derivati da uve appassite, a limitata fermentazione. Il “Marsala”  fece la fortuna dei Florio e fu riconosciuto DOC sin dal 1931. Purtroppo negli anni sessanta subì un tracollo, insidiato  dai vari superalcolici stranieri e dal vermouth ,la fortunata miscela di vino(non sempre dei migliori),zucchero e aromi. Oggi però con rinnovato e certamente apprezzamento degli intenditori, la sua produzione è in crescita, parallelamente  alla valorizzazione dei vecchi “bbagghi” (bagli con cortile, di solito più piccoli delle masserie) e alla costruzione di nuovi edifici per la sua vinificazione. E’ un vino da dessert estremamente versatile, da gustare anche come aperitivo se servito a temperatura ambiente con una fetta d’arancia in calici ghiacciati ed è, inoltre, ingrediente basilare di molteplici pietanze. Altro vino dolce è la “Malvasia” che ha una gradazione fra i 18 e i 20 gradi, dal colore ambrato deriva dai grappoli dell’omonimo vitigno esposti al sole dopo la raccolta. Il “Moscato o Moscatello”, proveniente dal ceppo del “vinum balintium”,pare sia stato chiamato “ ammuscatu “ per via della sua dolcezza particolarmente gradita alle mosche. Antico vitigno, forse identificabile con il “pollio siracusano”, oggi molto diffuso, produce un delicatissimo e profumato vino dal colore ambrato adatto all’invecchiamento. Raggiunge i 18 gradi e si accompagna con eleganza ai dolci.

Marsala "Vergine Soleras" invecchiato oltre 5 anni.Foto di Aiello

Marsala “Vergine Soleras” invecchiato oltre 5 anni.Foto di Aiello

Infine dal vitigno moscato di Alessandria, comunemente detto “Zibibbo”, si ottiene un vino vivace dal colore paglierino con riflessi dorati. Dalle stesse uve opportunamente appassite si ricava un prodotto con l’inconfondibile gusto mielato, dal profumo di dattero e albicocca; famoso, forse insuperabile, è quello di Pantelleria. E’ notizia di qualche mese fa(fine novembre) che la vite di Pantelleria è patrimonio dell’UNESCO e si colloca accanto all’Opera dei Pupi nella benemerita lista dei beni immateriali dell’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

G.Romano-Salotto di Psiche,Apollo,Bacco.Mantova

G.Romano-Salotto di Psiche,Apollo,Bacco.Mantova

Per il commissario dell’IRVOS(Istituto regionale vini e oli di Sicilia) si tratta di apportare benefici a tutto G.Romano-Apollo, Bacco e Sileno. Mantova 4 il sistema vino della Sicilia, dovuto anche all’impegno dei tecnici dell’Istituto. L’agognato elenco non porta denaro, ma porta sicuramente notevoli opportunità.

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Buon Natale a tutti gli amici.

Amici e fratelli carissimi,

con l’avvicinarsi del Santo Natale, sento il bisogno di esprimervi tutta la mia simpatia e benevolenza. Quest’anno, permettetemi di esprimere un breve pensiero sulla festa più importante della cristianità. Questa grande festa che è il Natale è la celebrazione di un evento ancora presente e vivo, non un ricordo sbiadito di una favola antica, ma un mistero carico di suggestione e di realtà, una realtà che è nascosta nel nostro spirito. E’ il Natale del Dio creatore che ha voluto farsi uomo per stabilire la sua dimora in mezzo agli uomini e condividere la loro stessa storia. E nonostante le grandi tragedie che sembrano voler travolgere l’umanità intera, Dio non può dimenticarsi dell’uomo che è la sua più grande creazione. Chissà se questo Natale non porti cambiamenti radicali e avvii l’uomo verso la strada della giustizia, della tolleranza e dell’amore. Il Natale con la sua poesia ingenua e ottimista, con le sue tradizioni di pace e di intimità, apre il cuore a intuizioni di dolcezza e di tenerezza che non sono comode illusioni ma profonde provocazioni di una verità esaltante. Si vive il Natale in famiglia, là dove questa realtà è ancora presente e viva, là dove il calore del focolare non si è spento e nutre e sostiene un rapporto via via più generoso e più fecondo. La festa di Natale è proprio la buona occasione per fare rinascere i valori dell’amore, della comprensione, del sentirsi insieme a portare i pesi e a godere i momenti felici del vivere, è l’occasione per scoprire la verità di persone a cui siamo abituati e che ancora non abbiamo comprese, far ritrovare sorgenti di ottimismo, di forza, di coraggio, forse troppo spesso ignorate. “Natale con i tuoi” si suol dire; e “TUOI” sono tutti, a cominciare da chi è unito con vincoli di sangue, per allargarsi a chi è più solo e vittima dell’egoismo e dell’ingiustizia di cui siamo in parte tutti colpevoli. I “TUOI” sono quindi tutti i figli di Dio che ci sono fratelli e per i quali Dio è venuto e viene, e vuole manifestarsi anche attraverso il nostro amore e la nostra accoglienza. Vogliate gradire i più sinceri auguri per voi e la vostra famiglia, e la felicità e la gioia possano starvi sempre accanto.   Lion Tommaso Aiello.

Buon Natale a tutti

Buon Natale a tutti

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La Sicilia,terra di sapori. di Tommaso Aiello

La Sicilia non è solo “terra di culture”, ma anche terra di sapori. Uno degli alimenti più importanti nella dieta mediterranea è l’olio di oliva. Osannato nella Bibbia come simbolo di prosperità e amicizia, è l’unico grasso vegetale estratto dalla polpa di un frutto. Prodotto fin dal III millennio a.C. nell’isola di Creta, l’olio,oltre ad essere un alimento base dei popoli mediterranei, fu usato come cosmetico, medicamento,combustibile per illuminazione e, rappresentando la purezza, divenne sostanza essenziale per i riti religiosi e per le unzioni dei potenti. Donando agli ateniesi l’ulivo,Atena vinse la gara con Poseidone per dare il nome alla loro città, e un tronco di ulivo grosso come una colonna sosteneva il letto matrimoniale di Ulisse.

-La raccolta delle olive

-La raccolta delle olive

Le qualità di olive coltivate in Sicilia sono all’incirca trenta; le più diffuse sono: nuciddara, oglialora, nebba, zaituna, moresca, nustrali, passalanura,cirasola. Si distinguono in ugghiari se adoperate per ricavarne l’olio e ri cummerciu se destinate alla tavola; in tal caso vengono trattate in modo diverso a seconda che siano verdi o nere. Le prime vengono abbunati, rese cioè buone da mangiare, immergendole in una salamoia preparata sciogliendo circa due chili di sale in dieci litri d’acqua aromatizzata con grosse fette di limone con la buccia, peperoni piccanti, sedano e vengono mantenute sotto il livello dell’acqua da un grosso ciuffo di finocchiu rizzu siccu. Un vecchio metodo per verificare nella salamoia il giusto rapporto tra sale e acqua, suggeriva di immergervi un uovo aggiungendo del sale in quantità sufficiente a farlo galleggiare. Le olive verdi sono commestibili mediamente dopo due mesi, quando, perduto il colore verde iniziale, tendono al giallo. La durata si dimezza se sono scacciati(battute e private del nocciolo). Si mangiano schitti, senza condimento o cunzati, condite con aglio, peperoncino, olio, aceto, sedano, menta e origano. Le olive nere da tavola, invece, si consumano arrizzate(appassite) e abbisognano del seguente trattamento: si dispongono in una larga cesta punciuti(avendo praticato dei piccoli fori che facilitano l’espurgo degli umori) e si cospargono abbondantemente di sale. Il recipiente deve essere di tanto in tanto agitato e dopo un mese si ottengono ‘i passuluni, le olive appassite. Tra le preparazioni delle olive nere le più diffuse sono le seguenti:

‘i passuluni fritti(olive fritte), semplicemente passate in padella con pezzetti di limone o arancia non privi di buccia, aglio e peperoncino. Si spruzzano poi di aceto aromatizzato con origano.

‘i passuluni ‘ncaminati(olive infornate). Il significato della parola è controverso: può derivare dal fatto che le olive venivano depositate in antichi recipienti in muratura detti camini, o dal fatto che si trovavano lungo ‘u caminu(lungo il cammino),ma noi propendiamo per questa interpretazione: perché venivano ripassate nel forno dopo la cottura del pane.

‘i passuluni scafati(olive arrostite),in campagna vengono cotte sotto la cenere di un fuoco improvvisato.

-Ulivo in produzione

-Ulivo in produzione

Il raccolto delle olive avveniva sotto la protezione di Santa Alivuzza(Santa Oliva) e ogni goccia di olio, ricca di gusto e di vibrazioni cromatiche, era preziosa perché frutto di lunga fatica, in una società che, nulla concedendo agli sprechi, considerava le fritture un lusso. Non a caso ‘i stagnati(recipienti in zinco ricoperti internamente da uno strato di stagno)avevano beccucci sottili per consentire una lenta e parsimoniosa elargizione del prezioso prodotto. Si narra addirittura di osti disonesti che, approfittando della scarsa illuminazione della bottega, introducevano nel beccuccio della stagnata vuota un sottile filo di spago allo scopo di dare al cliente l’impressione di ricevere nel piatto un cerchio di olio buono. Si dice ancora accampari l’ogghiu supra ‘u maccu(raccogliere l’olio sopra la purea di fave) per indicare un risparmio estremo in ricordo du jurnataru(lavoratore a giornata)che, secondo l’aneddoto, raccoglieva, per portarlo a casa, le poche gocce di olio che gli venivano versate sulla minestra ricevuta come parte della retribuzione del lavoro prestato. Da questo modo di dire, oltre l’immagine di una estrema miseria, si evince la valenza attribuita all’olio dai popoli mediterranei. L’ulivo non è soltanto un albero ma un archetipo di antiche tradizioni che vivono in noi: il destino degli uomini è influenzato dal modo in cui si alimentano. Da queste brevi note, che sono anche il frutto di reminiscenze della mia passata giovinezza, possiamo trarre le solite conclusioni: la miseria è sempre esistita, ci sono stati sempre i ricchi e i poveri ed ancora oggi in questa società che potrebbe essere del benessere, troviamo sempre i potenti che si arricchiscono in maniera smodata e una buona parte del popolo che continua a soffrire la fame. Al di là, però, di queste tristi considerazioni, resta il fatto che l’ulivo, le olive e l’olio sono realmente delle eccellenze nell’alimentazione, soprattutto dei popoli mediterranei. Provate qualche ricetta delle olive e utilizzate l’olio buono di frantoio e riscoprirete sapori che le nuove generazioni non conoscono.

Uliveto,foto di T.Aiello

Uliveto,foto di T.Aiello

     

                                                         

La raccolta delle olive

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Il realismo analitico di Federico De Roberto di Tommaso Aiello

Ritratto di Federico De Roberto

Ritratto di Federico De Roberto

Federico De Roberto(1861-1927), terzo membro della <<triade verista>> siciliana, napoletano di nascita, ma catanese di adozione ,grande amico di Verga, non ebbe successo neppure col suo romanzo più significativo, I Viceré. Quasi certamente l’avere riscontrato nella sua opera la mancanza di una prosa lirica, ha reso tardivo l’interesse critico per De Roberto e mentre il recupero della narrativa verghiana avveniva negli anni compresi tra le due guerre, quello dello scrittore si colloca solo sulla scia del boom del Gattopardo. Continua a leggere

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Belice:la trasformazione del paesaggio agrario. di Tommaso Aiello

Nella valle del Belice restano ormai poche tracce del paesaggio naturale precedente o non modificato dall’intervento agrario. Dei boschi che, spesso avevano i caratteri della macchia mediterranea, in gran parte la ricoprivano, esistono ancora sparuti gruppi di querce da sughero e di oleastri. Sarebbe lavoro inutile ricercare gli aspetti originari nelle forestazioni eseguite a metà degli anni ’80 l’uso quasi esclusivo di piante indigene, conifere ed eucalipti in particolare, ha creato un paesaggio che non può certamente ricordare quello che esisteva prima del sorgere dell’agricoltura. E’ con essa, infatti, che si crea il paesaggio agricolo. Il primo intervento, in ordine di tempo e di importanza è un massiccio disboscamento eseguito col duplice scopo di fornire legname e reperire superfici da sfruttare a grano.

Paesaggio agrario dopo il disboscamento.

Paesaggio agrario dopo il disboscamento. Foto di T.Aiello

Opera dei romani, ma ripresa sempre dalle successive dominazioni, ha completamente cambiato i caratteri originari del clima e dell’ambiente(ricchezza di acqua, abbondanza di piogge, temperature miti)- e questo vale per tutta la Sicilia- imprimendo una via in parte obbligata al successivo sviluppo agricolo che, promosso e favorito dal perdurare del regime fondiario del latifondo, ha portato ad un’ agricoltura di tipo estensivo, condotta con le tecniche dell’aridocoltura. Al prevalente carattere cerealicolo e pascolativo che contraddistingue l’agricoltura latifondistica e ne caratterizza il paesaggio, si contrappone però, fin dal tempo dei greci, intorno ai centri urbani, il “giardino mediterraneo”: micromondo alberato intensamente, immagine antitetica di un’agricoltura che, da un diverso regime di proprietà o conduzione, trova motivazione per un più intensivo sfruttamento delle risorse produttive del terreno non disgiunte, per la situazione del verde e per la presenza di piante ornamentali, da un uso ricreativo ed estetico. Riflessi di sistemi agricoli opposti ma complementari, il latifondo ed il giardino mediterraneo hanno caratterizzato il paesaggio del Belice fin da quando una nuova civiltà agricola, l’agricoltura capitalistica, ha posto, con l’adozione di diversi regimi di proprietà e di mercato e di rivoluzioni tecniche agronomiche, le premesse per un differente sviluppo. A partire dagli anni ’50 con l’importanza assunta dall’arboricoltura ed in particolare dalla viticoltura si assiste all’affermarsi di un nuovo paesaggio che in

Terreni coltivati a vigneto

Terreni coltivati a vigneto.   Foto di T.Aiello

alcune zone modifica profondamente quello preesistente e in altre si inserisce accanto ai sistemi agricoli – e quindi ai paesaggi – ereditati dal passato .L’evoluzione di un paesaggio è certo legata alle condizioni economiche e sociali della civiltà agricola che lo ha progressivamente determinato, ma soprattutto agli interventi che, effettuati sulla superficie agraria ne determinano l’aspetto.

Il latifondo

E’ proprio durante la dominazione romana che l’agricoltura del Belice(ma il discorso vale quasi per tutta la Sicilia) acquista quella caratterizzazione prevalentemente granaria e pascolativa che solo oggi, per il diffondersi dei vigneti, inizia a perdere. Ma è soprattutto a partire dal XII secolo, con l’introduzione del sistema dell’affitto a gabella, che la cereagricoltura si afferma nei terreni più idonei. Il sistema agricolo che da allora vige ininterrottamente, fino alla metà del XIX secolo,è quello detto dei tre campi. Con esso il terreno viene così diviso: una parte lavorata a maggese, una lasciata a pascolo e l’ultima seminata a grano.

Terreni coltivati a maggese e a grano.  Foto di T.Aiello

Terreni coltivati a maggese e a grano. Foto di T.Aiello

E’ questa una forma di rotazione discontinua che caratterizza le più antiche tecniche di aridocoltura, Il sistema estensivo dei tre campi viene successivamente modificato introducendo, al posto del maggese, la fava. Di pari importanza per il mutamento del paesaggio latifondistico è l’estendersi della coltivazione della “sulla”, foraggera a vegetazione biennale tipica delle aree meridionali. Con la sua introduzione in rotazione cambia anche aspetto l’allevamento animale. Dalla transumanza, alla ricerca nelle diverse stagioni di foraggio verde su pascoli spesso tra loro lontanissimi, si passa, infatti, a forme di stabulazione meno defaticanti e più produttive.

Mucche al pascolo.   Foto di T.Aiello(1974)

Mucche al pascolo. Foto di T.Aiello(1974)

Oggi il quadro della cerealicoltura è ancora mutato: la crisi della zootecnia e la conseguente riduzione delle colture foraggere, ha riportato in auge la coltura del grano ripetuta per più anni e intercalata dal riposo pascolativo.

Il vigneto

La coltivazione della vite è sempre presente nelle vicende dell’agricoltura del Belice, ma è a partire dagli anni 50-60 che le dimensioni e i caratteri assunti dai nuovi vigneti hanno il segno di una rivoluzione senza precedenti.

Vigneto a tendone

Vigneto a tendone

La “corsa al vigneto” ha provocato grandi operazioni di miglioramento fondiario. La viticoltura tradizionale è basata sulla forma ad “alberello” con la variante  della forma a spalliera, dovuta ad una diversa richiesta dei vini, non più da taglio, ma più leggeri e lavorati per rispondere ai mutati gusti del mercato. Più recente è l’uso del “tendone” ,diretta derivazione del sistema a pergola tipico della viticoltura dei giardini mediterranei. Le piante, disposte in quadrato ad una distanza di 3 metri, ricoprono, senza soluzione di continuità, tutto il terreno fornendo elevatissime produzioni ed ottimi vini.

Il “Giardino Mediterraneo”

Ad un paesaggio dominato dai grandi ed aridi spazi del latifondo si è sempre contrapposta, a corona dei centri abitati, una campagna fitta di alberi e di colture pregiate rigidamente suddivisa da siepi o muretti in appezzamenti irregolari di modesta estensione: il “giardino mediterraneo”. La disponibilità di acqua per l’irrigazione, i nuovi sistemi per distribuirla, l’introduzione di nuove piante da frutto(limone, arancio dolce, gelso, ecc.) consentono infatti un’agricoltura che accentua il contrasto con il carattere estensivo dei grandi spazi.

-Albero di arancio in produzione.

-Albero di arancio in produzione.

  Negli spazi ristretti del giardino mediterraneo vengono insieme coltivate piante da orto, aromatiche,  officinali ed alberi da frutto in forme di allevamento e con una attenzione non riscontrabile nelle coltivazioni di pieno campo. E’ una forma di agricoltura questa che mira alla produzione per l’autoconsumo ma che, dalla dispozione degli alberi, posti spesso con lo scopo di ombreggiare, e dalla presenza di piante ornamentali rivela anche una funzione creativa. Il giardino mediterraneo è elemento del paesaggio che per l’evoluzione dell’agricoltura ha in parte mutato la sua ragion d’essere. Rimane però intatta, dove le costruzioni della fascia suburbana hanno assunto il carattere di dimora per l’intera famiglia, la funzione ricreativa.

Case di campagna con giardino.

Case di campagna con giardino.

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